Riccardo Benna

Bibliofilo e narratore


Pensiero #6 — Fare libri, fare figli

Ho notato che quando il mio libro riceve un complimento io non penso: “Ho fatto un buon lavoro.” No. Io penso: “Bravo lui.” Come se avesse fatto tutto da solo. E forse, in parte, è così.

Scrivere è come fare un figlio. Ti illudi di avere il controllo, ma in realtà hai solo piantato un seme. E poi? Poi crescono da soli. Non del tutto, certo: sei tu a nutrirli, a educarli, a dar loro una forma. Ma prova a imporre alla tua storia una strada che non vuole prendere: vedrai che farà resistenza, che si contorcerà su sé stessa, fino a risultare innaturale.

Le storie hanno una loro logica interna, una vitalità che sfugge alle regole della razionalità. Noi scrittori non siamo i loro padroni: siamo piuttosto interpreti, testimoni, custodi. Le aiutiamo a crescere, a trovare la loro voce, a camminare con le loro gambe. Ma non possiamo decidere ogni loro passo.

C’è un aspetto bellissimo e terribile in questo: le storie ci sopravvivono. Come i figli, prendono strade che non possiamo prevedere. Qualcuna finirà dimenticata, qualcun’altra brillerà di luce propria per generazioni. Il nostro compito? Fare del nostro meglio per crescerle nel modo più autentico possibile. E poi lasciarle andare.



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